Il Vescovo: Omelie

29°Sinodo diocesano sulle unità pastorali - COMUNITA' IN CAMMINO
Omelia della Celebrazione eucaristica conclusiva del Sinodo
e di apertura dell'Anno della fede in diocesi

mons. Luciano Monari - Vescovo di Brescia
Domenica 9 dicembre 2012 - Chiesa Cattedrale

    Ha percorso un lungo cammino la parola di Dio per giungere all'uomo; grande, infatti, è la distanza che separa il Creatore dalla creatura; così grande che spesso gli uomini dubitano possa essere superata, che davvero una parola di Dio possa raggiungere il nostro cuore. Possibile che Dio, infinitamente grande, si interessi dell'uomo, minima creatura nell'immenso cosmo? Possibile che una parola eterna, onnisciente, onnipotente possa essere percepita da un orecchio umano, capita e interpretata da un'intelligenza umana? E' cosciente di questo san Luca quando scrive il solenne sincronismo che apre il vangelo di oggi: "Nell'anno quintodecimo dell'impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode…" poi Filippo, Lisania, Anna, Caifa… i grandi del tempo. È avvenuto qualcosa di incredibile: la parola di Dio è entrata ancora una volta nella storia e un uomo, Giovanni, l'ha udita, accolta, predicata, testimoniata. L'immensa distanza tra Dio e l'uomo è stata superata. O forse dobbiamo dire che la distanza, ben reale, era però superata fin dall'inizio? Infatti, chi può essere più vicino a una creatura del Creatore che l'ha pensata, voluta, plasmata in tutte le sue caratteristiche? Non è forse Dio più intimo a me di me stesso? Il paradosso è evidente: infinitamente lontana, la Parola di Dio, più lontana delle galassie remote; eppure intimamente vicina, più vicina dell'amico, più vicina dei miei stessi pensieri!

    "Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore." La tradizione evangelica aveva usato questo testo di Isaia che annunciava il ritorno dall'esilio per spiegare la missione di Giovanni Battista. Luca riprende questa tradizione, ma prolunga la citazione di qualche riga fino a quando non trova la parola che gli sta a cuore: "Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio." Siamo nella regione del Giordano, nella valle che scende verso il mar Morto; ma ciò che avviene ha una portata universale. Giovanni battezza alcuni Ebrei disposti a percorrere una via di conversione. Ma in quel piccolo evento inizia qualcosa che si rivolge al mondo intero e ne muterà la storia. "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra" aveva detto il Signore ad Abramo; e adesso, dopo più di un millennio, quella parola trova la sua realizzazione.

    Attraverso i secoli i profeti avevano insegnato a sperare tenendo viva la promessa di Dio. Ascoltiamo Baruc che scrive avendo davanti a sé lo spettacolo desolato della Gerusalemme postesilica: serva di popoli pagani, povera di abitanti e di ricchezza, nella solitudine e nell'abbandono: "Essa piange amaramente nella notte, le lacrime scendono sulle sue guance, nessuno le reca conforto." Eppure il profeta riesce a sognare, come se le rovine che ha sotto gli occhi diventassero magicamente palazzi splendidi e solide mura; come se la miseria dell'oppressione si mutasse in splendore, giustizia, gloria: lo splendore di Dio la rende raggiante, la giustizia di Dio la riveste, la gloria di Dio la circonda. In questa trasformazione anche la natura è coinvolta: le selve proteggono dai raggi infocati del sole; gli alberi diffondono un profumo che purifica l'aria e tonifica il respiro; il popolo di Dio può camminare sicuro, protetto. Insediata sul monte di Sion, Gerusalemme vede gli esiliati che tornano in patria in trionfo, come su un trono regale.

    Sono davvero sorprendenti i profeti, quasi dei bastian contrari: quando Israele è florido, ricco, onorato essi s'ingegnano a spezzare ogni autosufficienza e annunciano con durezza il giudizio inevitabile di Dio. Ma basta che Israele sia colpito dalla sventura perché i profeti cambino registro e comincino ad annunciare la salvezza, a sognare cose incredibili, a risuscitare le antiche promesse. Fossimo come loro, proprio il tempo difficile che viviamo ci potrebbe insegnare la speranza. Siamo più poveri, è vero; ma custodiamo tutta la ricchezza della nostra umanità: la sensibilità, la libertà, l'intelligenza, la creatività. E non ci troviamo soli di fronte alle incertezze della vita: abbiamo familiari, amici, fratelli, una comunità, una chiesa. Possiamo far leva su tutto questo per costruire, con la grazia di Dio, il futuro.

    Fratelli carissimi, abbiamo vissuto in questi giorni l'esperienza di un piccolo Sinodo; abbiamo cercato di metterci in ascolto e obbedienza alla volontà del Signore sulla Chiesa bresciana; ci siamo espressi con libertà e schiettezza, ci siamo ascoltati a vicenda con attenzione e rispetto. È bello e doveroso rendere grazie a Dio: se abbiamo potuto vivere un momento di comunione e di speranza è per la grazia che viene da Lui; se abbiamo potuto sentirci fratelli uniti da un profondo vincolo di unità è per lo Spirito che ci è stato donato. Per questo ho desiderato un Sinodo: perché le decisioni fossero prese insieme, sotto lo sguardo di Dio. Riflettere e parlare e dialogare dopo aver pregato insieme, dopo aver fatto insieme la comunione, avendo davanti agli occhi il libro dei vangeli è tutt'altra cosa. Quanto a me, ciò che mi interessa non è una scelta pastorale piuttosto che un'altra, ma è la comunione nel presbiterio e in tutta la Chiesa bresciana; che le decisioni, quali che esse siano, siano raggiunte seguendo una logica di fede, con stima e rispetto reciproco.

    Non so che cosa riusciremo a fare, come si svilupperanno gli eventi, ma so – e anche voi sapete – che possiamo contare gli uni sugli altri, che condividiamo con tanti altri desideri, aspirazioni, attese; so che non siamo isolati. Di questo ringrazio il Signore e ringrazio voi tutti – voi e tutti quelli che voi avete rappresentato e che vorrei si sentissero membra vive di quest'assemblea sinodale. Adesso riprende il cammino; ed è bello che questa ripresa coincida per noi con l'anno della fede che il Papa ha indetto. Sarà un anno dedicato ad ascoltare la parola di Dio perché, ci ricorda san Paolo, "la fede viene dall'ascolto."

    La fede è la radice che mantiene sana tutta l'azione della Chiesa. Dobbiamo certo progettare, organizzare, verificare; dobbiamo curare le strutture parrocchiali, promuovere i ministeri, impostare le Unità pastorali e le Comunità di base. Ma sappiamo bene che a dare senso a tutte queste cose, a mantenere vivo il tessuto ecclesiale è solo l'incontro col Dio vivente, e perciò la fede. Se stiamo davanti a Dio, se ci lasciamo scrutare la Lui, se ci poniamo in atteggiamento permanente di conversione, allora il servizio pastorale sarà vivo e non si ridurrà a una burocrazia pesante. Ciascuno di noi contribuirà al cammino di tutti nella misura della sua trasparenza al Signore, della sua personale obbedienza a Lui. Impariamo allora a fidarci gli uni degli altri, a stimolarci gli uni gli altri, a portare gli uni i pesi degli altri senza lamentarci troppo (o, se serve, lamentandoci davanti al Signore!), senza pretendere troppo per noi stessi (siamo servi inutili!).

    Nella seconda lettura abbiamo sentito san Paolo pregare per i cristiani di Filippi "perché la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno del Signore." Il discernimento è l'impegno che ci siamo proposti; ma il discernimento è lettura degli eventi del mondo dentro al disegno di Dio; e questo tipo di lettura è un dono che cresce con la conoscenza della fede. Solo conoscendo sempre meglio il Signore possiamo conoscere ciò che è meglio ai suoi occhi. Conosciamo bene i desideri degli amici, ma ci sarebbe difficile indovinare i desideri di un estraneo. Fino a che Dio rimane un estraneo nella nostra vita, sarà impossibile vedere le cose dal suo punto di vista: i nostri interessi, le nostre abitudini mentali occuperanno inevitabilmente lo spazio della coscienza; i risentimenti offuscheranno l'intelligenza e condizioneranno le valutazioni.

    Per questo non possiamo perdere l'occasione di questo anno per arricchire la nostra conoscenza del Signore. Bisogna che il vangelo ci diventi familiare, che le promesse dei profeti orientino le nostre speranze, che i comandamenti di Dio dirigano le nostre scelte, che i salmi elevino a Dio il nostro cuore. Pensate alle letture della Messa quotidiana che costituiscono uno stupendo itinerario di accostamento alla Bibbia; la sfida, il proposito è dunque quello di fare diventare le letture del giorno un impegno costante di tutti noi, delle nostre comunità. Ci vorrà molta perseveranza: non è difficile incominciare la lettura della Bibbia; difficile è continuarla sempre, anche nei tempi di stanchezza. I risultati non saranno immediati perché la conoscenza di Dio non matura in poco tempo. Ma gli effetti arriveranno e si faranno sentire: non ci sentiremo mai abbandonati fino a che la parola di Dio è con noi; avremo sempre dei motivi per continuare a sperare; saremo sensibili a riconoscere e superare i nostri limiti; saremo capaci di rinunciare a un'idea personale per costruire il bene di tutti.

    Mi rimane solo da rinnovare il mio grazie; vorrei salutarvi uno per uno e ascoltarvi uno per uno; vorrei dire a tutti quanti hanno lavorato per preparare e condurre queste giornate tutta la mia riconoscenza. Il Sinodo lo hanno sostenuto loro con la pazienza, l'intelligenza, la dedizione; lo avete costruito voi, con la vostra passione e la vostra preghiera. Eccoci, siamo la Chiesa bresciana, serva del Signore; avvenga per noi secondo la sua parola.

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